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Filosofia, scopi e tecniche per una progettazione “etica”
Oggi ci troviamo a vivere cambiamenti di vita e di cultura tanto profondi e rapidi da rendere non facile la percezione di dove stiamo andando e la formulazione di sicure valutazioni e previsioni. Nel nostro tempo senza alcun dubbio la tecnica – fonte continua di beni e di grandi vantaggi per l'umanità (basti pensare ai progressi della medicina e delle comunicazioni) – esercita un dominio pressoché assoluto, condizionando e mutando profondamente il rapporto dell'uomo con gli altri uomini e con la natura: nel momento in cui l'orizzonte del pensiero si amplia e dilaga il potere delle comunicazioni, masse sempre più numerose di persone vengono coinvolte nelle organizzazioni sociali e nei meccanismi produttivi e informativi delle attività industriali; e la cultura è considerata in genere non più alla luce di una sua propria finalità conoscitiva, ma come strumento per modificare il mondo e la realtà contingente. Tuttavia lo sviluppo della tecnica può produrre, oltre a grandi benefici, anche mali gravissimi: tanto gravi da far temere per l'esistenza stessa dell'uomo. Basti pensare all'emblematico rischio – denunciato pubblicamente dallo scienziato Oppenheimer – che si è corso negli Stati Uniti con il progetto Manhattan quando, nel 1944, si decise di portare all'esplosione la prima bomba atomica pur sussistendo il fondato dubbio (fugato solo a cose fatte) che quell'esplosione potesse innescare una reazione termica instabile, ossia che l'enorme riscaldamento locale dell'atmosfera potesse dar luogo a un fenomeno di ignizione generale. Ma questa vicenda, seppure tanto vistosa, non rappresenta certamente il solo esempio di decisioni prese a grave rischio, che già sono state numerose. Giustamente il filosofo Henry Bergson ha osservato che il corpo dell'uomo, reso smisurato dalla tecnica, attende un “supplemento dell'anima”.
E' per questo motivo che si sta diffondendo la convinzione che alla tecnica si debba affiancare l'etica, intesa però al di fuori delle astrazioni e applicata a problemi concreti: disciplina non di freno e di ristagno; non di inquisizione con poteri di veto, ma prospettata con intento vivificante di stimolo e di collaborazione, nonché volta a denunciare i pericoli che, a causa dell'uso spregiudicato della tecnica, incombono sull'uomo. Quindi, quando parliamo di “etica applicata” - che per sua natura si basa sul senso di responsabilità – intendiamo un'attività impregnata di aspetti concreti e impegnata nell'azione, nonché nell'esame dei rischi e di plausibili prevenzioni, però nel rispetto dei limiti tanto naturali, che non possono essere superati, quanto morali che, pur potendo, non debbono essere violati. L'esigenza di considerare il rapporto dell'uomo con grandi problemi collettivi e in particolare con la natura, già profondamente ferita, rende il soggetto dell'etica non più il singolo, bensì la collettività, attraverso le sue istituzioni e l'opinione pubblica.
Secondo Hans Jonas, uno degli studiosi più profondi in tale genere di questioni, la convivenza umana dominata dalla tecnologia ed esposta ai rischi di scelte difficili richiede la costituzione di limiti definibili con una dialettica tra potere e ragione. Tali limiti dovrebbero scaturire non da imposizioni esterne alla volontà del soggetto, ma da atti spontanei di coscienza e da autorestrizioni, in grado di contrastare il concetto di infallibilità della tecnica ed impedire che la gestione della potenza tecnologica possa rendersi responsabile di sventure irrimediabili per l'uomo e la natura. Ossia limiti definiti da un “etica della responsabilità”, espressa già da Max Weber ed approfondita dallo stesso Jonas che diventa assolutamente necessaria a causa del fatto che l'enorme capacità distruttiva del sapere tecnico oggi potrebbe avere effetti devastanti anche a lunga distanza spaziale e temporale su gli uomini, gli animali e la natura. Inoltre, ritornando al pensiero di Jonas, “essendo il sapere predittivo al di sotto del sapere tecnico, il riconoscimento di ciò che non sappiamo costituisce l'altra faccia del dovere sapere”; ossia la consapevolezza dell'ignoranza e la discussione sono fondamentali quanto l'attività di ricerca scientifica per renderci conto delle conseguenze e dei rischi che corriamo e soprattutto per definire le necessarie precauzioni.
Secondo questa visione l'intera tecnica deve presupporre l'etica. Emblematica in questo senso è la lapidaria massima di Rita Levi Montalcini che “non tutto ciò che si può fare deve essere fatto”, e che quindi è giusto limitare “l'uso” della tecnica in applicazioni suscettibili, per ignoranza, di gravi rischi. Inoltre è opportuno osservare che l'etica si è spostata dal piano astratto delle definizioni generali verso un impegno connesso con gli aspetti più concreti della sicurezza e del vivere civile riguardanti gli innumerevoli problemi pratici attuali dell'uomo quali quelli, ad esempio, delle gravissime patologie ambientali e climatiche provocate dagli inquinamenti industriali o da azioni umane come le urbanizzazioni selvagge prive di ogni dignità umana, o ancora la cancellazione o stato di abbandono di irripetibili memorie storiche. In definitiva, anche se da molti riduttivamente considerata la disciplina dei limiti e dei divieti, l'etica in realtà recupera il suo più profondo significato solo nella misura in cui si rivela in grado di portare il singolo a sviluppare la consapevolezza della propria responsabilità nei confronti degli altri e a portare il soggetto a porre il significato ed il valore del proprio agire costantemente in rapporto con l'eventuale incidenza negativa sugli altri delle proprie azioni.
In questo scenario appena descritto risulta evidentissima l'importanza della figura dell'ingegnere. Essendo praticamente il sapere tecnico appannaggio quasi esclusivo dell'ingegnere, la sfida sollevata dal concetto di “etica applicata” non può non investire tutti gli ambiti ingegneristici. Gli ingegneri sono protagonisti sia dell'attività produttiva, attività fondamentale nel mondo globalizzato in continua evoluzione, sia della progettazione della società nei suoi aspetti più concreti. Strade, ponti, infrastrutture di ogni tipo, autostrade informatiche, sono progettate e pensate da ingegneri. L'acqua che beviamo, il cibo che mangiamo i mezzi su cui viaggiamo sono il frutto di un sistema organizzato, gestito e progettato quasi totalmente da ingegneri o comunque da figure professionali la cui principale caratteristica è il sapere tecnico. E' quindi evidente l'enorme responsabilità affidata alla figura dei tecnici in un mondo che fa della tecnica il carburante principale, responsabilità che paradossalmente va oltre gli aspetti decisionali tipici dei politici e degli amministratori.
“Nell'era della globalizzazione è necessario estendere la conoscenza. Di qui l'idea di una figura professionale a tutto campo che conosca la tecnica e la tecnologia ed i loro limiti, intuisca i bisogni dell'umanità, sappia compiere la valutazione dei vantaggi e dei rischi e che, soprattutto, si assuma la responsabilità di aiutare a comprendere e conservare il nostro pianeta”(Alberto Dusman).
Per fortuna questa tendenza sembra incominciare a diffondersi, almeno sulla carta. Lo dimostra il fatto che consultando i codici di ingegneri, tra i quali quello del WFEO1,dell' ECCE2,del CNISF3 (i più recenti), si trovano precisi riferimenti alla società, al pianeta Terra, a promuovere l'accesso all'informazione, garantire i legami tra le scienze, le tecnologie e la comunità umana. Emerge dunque il dovere - aprendosi al confronto con quanto già da tempo sta avvenendo nell'ingegneria all'estero - di individuare e costruire i riferimenti culturali ed etici in grado di orientare lo sviluppo in essere. Ed emerge l'esigenza di fissare i parametri in base ai quali possano essere fatte delle scelte, da parte dei nostri governanti, nel rispetto delle libertà individuali ma contro l'individualismo. Ciò tenuto conto che il dominio assoluto esercitato dalla Tecnica - e il conseguente sviluppo sempre più rapido dell'Ingegneria e delle Scienze Applicate - ha un impatto crescente sulle nostre prospettive di vita e culturali, solleva nuovi interrogativi, richiede il formarsi di un approccio consapevole, responsabile e critico per capire e conoscere meglio non solo i vantaggi, ma anche i rischi potenziali delle odierne applicazioni.
In altre parole, c'è bisogno di un “ingegnere colto”, una figura professionale con una cultura fatta di un insieme di saperi, delle regole tecniche, delle norme, dei divieti, delle strategie, dei valori, delle abilità, delle idee. Una cultura che deve trovare nell'ingegnere un soggetto preparato a svolgere un ruolo importante, una missione al servizio dell'uomo nel pianeta Terra. Per gli ingegneri allora occorreranno più conoscenze di base nelle scienze, nelle matematiche, nelle moderne politiche di finanziamento, per esempio istituzionalizzando il ruolo della formazione continua, organizzando sistematiche campagne di formazione sull'ambiente, sulla natura, sul sociale, sul ciclo vitale dei prodotti dell'ingegneria. E' necessario disporre di una figura professionale preparata sulla tecnica e sulla tecnologia, pronto a comprendere i bisogni dell'umanità, pronto ad affrontare le incertezze e soprattutto preparato a informare sulle possibilità reali e sui relativi limiti delle tecnologie e quindi nella valutazione dei rischi e dei vantaggi.
Esternalizzazione dei costi. Perché progettare in maniera etica conviene?
“Un' esternalità”, spiega l'economista Milton Friedman, ”è l'effetto di una transazione... su una terzo che non ha prestato il suo consenso né svolto ruolo alcuno nella transazione stessa”. Tutte le ricadute negative che colpiscono l'ambiente, le persone e le comunità come risultato del processo di sviluppo economico e tecnologico locale e globale, sono definite dagli economisti come esternalità – alla lettera, problemi altrui. Come esempio banale Friedman cita il caso di una persona con la camicia macchiata dal fumo di una centrale elettrica. Quella persona è soggetta a un danno – l'inconveniente di indossare una camicia sporca e le spese per ripulirla – direttamente causato dall'attività della centrale elettrica. La società proprietaria della centrale, di contro, beneficia dei risparmi conseguiti per non aver costruito ciminiere più alte o installato filtri più efficienti, per non aver ricercato un sito meno popolato o adottato costose misure atte a non sporcare le camicie della gente.
A parte l'esempio della camicia sporca, le esternalità aziendali hanno effetti enormi, di più vasta portata. Alcuni possono essere positivi – quale la creazione di posti di lavoro o lo sviluppo di prodotti utili – ma molti altri possono essere deleteri sia per le persone che per l'ambiente in cui esse vivono. La società attuale funziona e si sviluppa attraverso i processi produttivi realizzati e progettati dalle imprese. Tuttavia il processo di esternalizzazione dei costi di tali attività rischia di essere un grave pericolo per la totalità della società. In altre parole se da una parte il sistema economico crea benessere dall'altro crea costi sempre maggiori a carico esclusivamente della collettività. Negli ultimi anni questo processo rischia di invertire il rapporto benefici-costi su cui si basa l'equilibrio economico mondiale. In pratica, con il passare del tempo, i costi esternalizzati sulla collettività dal processo produttivo rischiano di diventare di gran lunga superiori ai benefici apportati dallo sviluppo tecnologico. In questa trappola il sistema economico rischia il collasso proprio perché prima o poi i costi scaricati sulla collettività si riversano nuovamente nell'attività produttiva. In altre parole il costo che a breve periodo viene scaricato su qualcun'altro nel lungo periodo pesa sulle spalle dell'intera collettività, anche di coloro che lo avevano per così dire “esternalizzato”.
Oggi ogni buon progettista conosce l'importanza di una visione più ampia che ricopra non solo aspetti imminenti ma anche le future prospettive che si affacciano nel lungo periodo. E' assurdo progettare un ponte sapendo che durerà solo un anno! Ecco perché è necessario una diversa concezione della progettazione che tenga conto dell' ”etica applicata” discussa in precedenza. La componente etica è necessaria per evitare il fenomeno dell' esternalizzazione dei costi ed evitare non solo che tali incombenze ricadano sull'intera società, ma anche sul singolo soggetto artefice del progetto, che sia uno stato, un'impresa o una multinazionale.
Come è possibile il cambiamento verso una progettazione etica? La risposta è più semplice di quanto si creda. Come già detto in precedenza, non è possibile imporre un codice comportamentale in maniera coatta; è invece necessario creare “un interesse”. Cioè è necessario che i soggetti implicati nell'attività di progettazione abbiano convenienza nel progettare eticamente. Nel lungo periodo questa convenienza è largamente dimostrata: la distruzione dell'ambiente, delle comunità, i danni alla salute delle persone e degli ecosistemi sono fenomeni incompatibili per lo sviluppo di qualunque attività umana. Nel breve periodo si stanno affacciando metodi e prospettive nuove per garantire uno sviluppo economico che sia rispettoso dell'uomo e del suo ambiente.
Aziende a responsabilità sociale. Etica e profitto.
"Una posizione morale è ciò per cui una mente calcolatrice opterebbe dopo aver fatto bene i suoi conti" (Z. Bauman).
La continua ricerca del miglioramento per competere richiede una visione globale dell’azienda nel contesto sociale. L'approccio vincente sembra essere la valorizzazione dei comportamenti etici verso i quali i mercati sono sempre più sensibili e che garantiscono il massimo profitto. Il profitto, se realizzato nel rispetto di regole etiche, contribuisce in modo determinante allo sviluppo economico e sociale: la conversione del profitto in investimenti e consumi genera occupazione e benessere diffuso. Le Organizzazioni dotate di Sistema Etico spesso introducono la distribuzione di parte dei profitti in opere di promozione sociale, allo scopo di avere ritorni d’immagine, oltre a benefici fiscali.
Nella realtà etica e profitto non sono in contrasto: così come è ormai chiaro che il profitto è inscindibile dalla qualità, altrettanto sta crescendo la convinzione che il profitto di lungo periodo è inscindibile dall'etica che determina la reputazione aziendale. È fondamentale l’orizzonte temporale: se consideriamo il breve periodo è facile citare casi contrari, ma se consideriamo il lungo periodo la pur giovane storia del capitalismo ci sta insegnando che questa tesi è corretta. Probabilmente siamo all'inizio di un processo analogo alla qualità: dieci anni fa la qualità veniva generalmente considerata con scetticismo, un lusso per aziende ricche, oggi è difficile trovare un manager che non la tratti come un requisito fondamentale per la profittabilità dell’impresa. Nel mondo anglosassone si è capito già negli anni ’80 che l’etica era un mezzo particolarmente efficace per massimizzare il profitto e ora anche nel mondo latino si inizia a prendere coscienza di questa realtà.
Il nuovo paradigma basato sulla social responsibility non mette tanto in discussione il mercato globale o la centralità dell’attività produttiva, quanto le modalità di sviluppo dell’economia basate sullo sfruttamento intensivo non solo dei fattori produttivi elementari (capitale e lavoro), ma anche delle risorse naturali, con conseguenze disastrose sull’ampliamento delle disuguaglianze socio-economiche tra i paesi avanzati e in via di sviluppo e sullo svilimento della carryng capacity del pianeta. Questo porta ad un impoverimento della missione aziendale nell’ottica della crescita del benessere, della qualità dell'attività e dell’ottimizzazione delle condizioni di eccellenza. I costi sociali e le diseconomie esterne connesse all’attività delle imprese, come i disastri ecologici, l’utilizzo di lavoro minorile e lo scarso rispetto di norme di sicurezza sul lavoro da parte dei subcontractors, le operazioni finanziarie speculative che provocano forti turbolenze nei mercati finanziari e nei sistemi sociali dei Paesi in via di sviluppo, il sostegno a governi non democratici o che praticano politiche di discriminazione, le campagne di pubblicità ingannevole sono denunciati da agenzie internazionali come l’Organizzazione mondiale della sanità e l’International Labour Office (ILO), da gruppi di opinione, da movimenti di protesta, da organizzazioni non governative. Diventa, così, indispensabile integrare la dimensione economica con quella sociale ed ambientale affinché ogni attività aziendale contribuisca ad aumentare il benessere collettivo, producendo miglioramenti non solo – o meglio non più – di tipo quantitativo, tramite il riferimento al valore d’uso dei prodotti, e al valore di esistenza, il che consente di tener conto dei limiti che la natura e le regole collettive impongono per assicurare a tutti un miglioramento della qualità di vita. Inoltre si rende necessario garantire parità di accesso alle risorse da parte degli attuali cittadini della Terra, senza distinzione rispetto al luogo o al paese in cui vivono, evitando il perdurare di condizioni di estrema povertà per alcune fasce di popolazione (equità infragenerazionale), oltre alla necessità di garantire alle generazioni future la possibilità di soddisfare i propri bisogni in termini materiali (equità intragenerazionale). Quindi l’armonia, la democrazia, la sicurezza, la libertà rappresentano valori da preservare e conservare al pari delle risorse.
In questo contesto si inserisce il ruolo dell'ingegnere, che ricopre nel mondo delle imprese non solo ruoli esclusivamente tecnici e progettuali, ma sempre più spesso posizioni manageriali.
Rapporto Nord-Sud del mondo
Nel contesto finora descritto è necessario definire in maniera precisa il rapporto tra i paesi industrializzati e i cosi detti “Paesi in via di sviluppo”4 . Anche perché in questo elaborato di tesi si sviluppa un progetto rivolto proprio allo sviluppo “etico” nei paesi considerati “sud del Mondo”.
Sicuramente si rende necessario abbandonare il modello economico “a doppia velocità” (Carley M., Spapens P., 1999, p. 5), nel quale le imprese nei Paesi industrializzati, insieme a quelle di un piccolo gruppo di nazioni emergenti, godono di elevati livelli di crescita economica e tecnologica impedendo la realizzazione del potenziale di sviluppo di tutti gli altri popoli in Africa, Asia e America Latina. Inoltre questi paesi ricoprono un ruolo fondamentale nel processo di globalizzazione e molto spesso sono vittime degli interessi dei paesi più sviluppati. Quale sviluppo è necessario per queste realtà? Sicuramente ogni caso va studiato in maniera separata, ma sicuramente l'approccio attuale che tende a rivalutare e riutilizzare metodi neocolonialisti è dannoso sia allo sviluppo di queste zone del pianeta sia ai paesi più ricchi. Il modello di sviluppo occidentale è chiaramente incompatibile con moltissime realtà non occidentali. La nostra società, il nostro processo produttivo e il nostro sviluppo sono il frutto di un'evoluzione che si snoda in centinaia di anni e sono il frutto di una particolare contingenza di fattori ambientali ed umani. La situazione nei così detti “paesi in via di sviluppo” è enormemente diversa: ogni realtà è il frutto di un'evoluzione differente che parte da un insieme di fattori spesso totalmente diversi da quelli dell'opulento occidente. Il processo di globalizzazione tende a livellare abitudini e culture spesso inserendo elementi dannosi per una comunità perché completamente estranei ad essa. Un' esempio emblematico è l'Africa. Gli stati africani sono esposti all'aggressione continua degli stati occidentali che ne depredano le immense ricchezze imponendo uno sviluppo fittizio che avvantaggia una sparuta minoranza di amministratori corrotti. La necessità di uno sviluppo “etico” è evidente osservando le grandi opportunità che questi paesi potrebbero creare in presenza di uno sviluppo giusto e bilanciato. I benefici di tale sviluppo potrebbero riguardare l'intero sistema economico globale con la conseguenza di migliorare le condizioni di vita di milioni di persone abbattendo in questo modo molte tensioni sociali che attualmente insanguinano il mondo e che rischiano di diventare un serio pericolo per la sicurezza.
Proprio per questo il ruolo dei tecnici di fronte a questo grande fenomeno della globalizzazione è quello di saper integrare il sapere tecnico con le esigenze culturali ed economiche di paesi tanto diversi tra loro. Il rispetto delle piccole comunità, dei metodi progettuali locali, degli ecosistemi locali sono elementi di importanza fondamentale. A tutto ciò si aggiunge il delicato tema del trasferimento delle conoscenze, che non è detto debba avvenire in senso unidirezionale, ma che potrebbe arricchirsi di scambi e collaborazioni multidirezionali.
Infine i paesi in via di sviluppo pongono una sfida molto importante che è quella della gestione delle risorse del pianeta. Ovviamente è impensabile progettare in Tanzania o in Zimbawe con gli stessi criteri e le stesse risorse di come si farebbe a Zurigo o a New York; questo pone il problema di implementare tecniche e tecnologie in grado di fare un migliore uso delle risorse ambientali ed umane. Puntando ad esempio su tecnologie a basso costo, a basso consumo, implementando sistemi di microcredito che si adattino alle piccole realtà di impresa di cui è disseminato il sud del mondo. A tutto questo si deve aggiungere la consapevolezza che non è possibile pensare esclusivamente ad un unico modello di sviluppo ma ad una rete di macro realtà locali che interagiscono tra loro per il bene comune.
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